“CHI PARLA SONO IO, E SE NON MI CONOSCI CI SARA’ UN MOTIVO

05/07/2014

"CHI PARLA SONO IO, E SE NON MI CONOSCI CI SARA' UN MOTIVO"

Non bevo perché non devo,
bevo perché devo,
non bevo quando dovrei,
bevo quando so che crollerò,

posso fare pure i dodici passi
e farne anche l’ultimo, il tredicesimo,
uscire con una bella fica che si, mi rimette in gioco
e ricominciare una nuova vita, ma il bere non è un gioco,
puoi andare in prigione, ma
non è il gioco del’Oca,
non è un turno di pausa, possono essere tredici anni di buco,
puoi prendere una mazza, ruotarla, ridere e magari spaccare un fanale, un cranio o il giradischi che ti eri comprato in 12 rate,

è solo che a volte sento un vuoto che niente e nessuno può calmare, colmare, metterci un cuscino sopra e sparare alle mie intenzioni con un silenziatore o dare un bacio al mio vizio e trasformarlo in un diamante o in un un’ostrica,

dallo stomaco parte un razzo, un diretto direzione cuore e collo
una piccola fiamma che diventa fuochi artificiali
un gancio che divide in due i tuoi pensieri dalla tua anima,
senza pilota, senza rotaie, senza fermate
che non so controllare, ma
che anzi mi offre ciò che nessuno mi ha mai dato…
la fiducia in me stesso,
il silenzio, il fissare la gatta che fissa me,
il credere nei miei pensieri,
il sorridere a chi sai che ti sorride solo perché deve,
il contare le pecore ma sottrarre le scimmie che hai sulle spalle,

mi spiace se sono quello che sono
ma non ho mai fatto male a nessuno
se non a me stesso,
e a quelli che ti dicono, ehi, il male l’hai fatto indirettamente anche a me, a noi,
gli rispondo, scusa, ma non mi ti ricordo sotto al ponte, sul divano al mio fianco, davanti al cesso, o che mi ficcavi le tue due dita in gola?
Avevi da fare?
Seguivi la differita della pelota basca o la buca 13?
Giocavi a Scarabeo o il giorno dopo dovevi avere una pelle perfetta?

Scuotono le teste e si annodano meglio la cravatta di seta
o la loro immagine nella prima vetrina di scarpe che incontrano.
Sono perfetti, puliti come la loro coscienza.
Con cui mi ci pulirei, anche praticamente, beatamente il mio culo.
Sempre meglio che carta o tovagliolini.
La loro anima è come il loro culo e le loro cravatte.

Non sono perfetto, mi spiace.
Non mi ricordo mi abbiano detto lo sia mai stato, di esserlo, di doverlo essere, ma da piccolo mi hanno detto anche di credere a Babbo Natale e di credere nella meritocrazia e che se dai un giorno avrai, fidati.
Al momento l’unica cosa in cui credo è solo Babbo Natale.
E solo perché a Natale sono sempre ubriaco.

Cosa si aspettavano?
Che la genetica e le cene alle 22,30 fossero un disegno?
Che vedere tuo padre barcollare da una carta da parati all’altro fosse un effetto speciale?
Che dormire con un catino accanto fosse per dar da mangiare al pesciolino rosso?
O che svegliarsi con la pasta vomitata sulla tua stessa testa fosse un fatto di economia domestica?
Dove cazzo erano?
C’erano?
Sono mai esistiti a parte il loro finto profilo allo specchio?
Hanno giocato o davvero facevano sul serio?

Non bevo perché devo
bevo perché non lo so e ho cominciato a tredici anni
e bere, bere davvero è una vera schifezza,
è un tunnel divertente in cui quando ci sei dentro non c’è proprio niente da ridere,
e farò presto i dodici passi e
il tredicesimo sarà con una bella fica astemia
e in quel momento Babbo Natale sarà finalmente solo un bel ricordo perché quel Natale me lo passerò interamente con il mio coso tra le sue tette
e Babbo Natale diverrà, nella mia testa, il cazzone, che doveva essere 40 anni fa.
Forse anche 30.

E tutto, tutti, avranno finalmente un proprio ruolo.
Semplicemente di nascondere, infrattare meglio le loro cose.
I loro silenzi.
La loro immagine sempre più decrepita nel loro specchio sempre più lucido.

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